Degli dei e degli eroi

Lo sport minore per eccellenza
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pollister
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Degli dei e degli eroi

Messaggio da pollister »

Ho scoperto or ora che hanno annullato la partita della Roma quindi non avendo un cazzo di altro a cui pensare mi è venuto in mente un topic che leggeremo io e altri 4 utenti al massimo. nessuno sport come il calcio (almeno a mio modestissimo parere) permette di andare indietro con la memoria e scartabellando tra almanacchi (ormai diciamo tra i siti internet) trovare storie affascinanti, racconti di un 'epoca che non c'è più, episodi che restano in bilico tra leggenda e realtà più o meno verosimili.

Inizio io dalla famosa partita della morte, episodio storico che è aldilà dello sport in quanto tale, su internet purtroppo si trova pochissimo materiale, non riesco a leggere il russo e quindi mi sono dovuto accontentare dei siti in inglese e di wikipedia.


La cosiddetta partita della morte fu una partita di calcio giocata tra ufficiali tedeschi e giocatori ucraini nel 1942.
La partita della morte ha ispirato tre lungometraggi cinematografici, tra i quali il più famoso è senz'altro lo statunitense Fuga per la vittoria, nel quale, però, viene rappresentato un lieto fine che nella realtà non si verificò.

La partita della morte si tenne il 9 agosto 1942 allo stadio Zenith di Kiev in Ucraina, nazione allora sotto occupazione tedesca. Si fronteggiarono lo Start - una squadra mista composta da giocatori delle locali squadre della Dinamo e del Lokomotiv[1] - ed il Flakelf, squadra composta da ufficiali tedeschi della Luftwaffe; l'arbitro fu un ufficiale delle SS. La città era deserta, ma lo stadio era pieno di poliziotti e di nazisti[1].
Molti dei giocatori locali erano impiegati come prigionieri di guerra in un panificio; venuti a conoscenza della presenza di questi calciatori i tedeschi decisero di mostrare la loro superiorità formando una selezione mista di tedeschi e ungheresi, sfidando lo "Start" che era invece composto da otto giocatori della Dynamo Kyiv (Nikolai Trusevich, Mikhail Sviridovskiy, Nikolai Korotkikh, Aleksey Klimenko, Fedor Tyutchev, Mikhail Putistin, Ivan Kuzmenko, Makar Goncharenko) e da tre giocatori del Lokomotiv Kyiv (Vladimir Balakin, Vasiliy Sukharev, e Mikhail Melnik).
La partita fu programmata un mese dopo un'altra partita, allora vinta per 5-1 dagli ucraini. Nonostante la selezione ucraina sapeva che doveva assolutamente perdere quel match, all'entrata nello stadio, vedendosi accolta da numerosissimi tifosi ucraini, i giocatori decisero di giocare seriamente per far vedere al proprio popolo uno spiraglio di luce in quel buio periodo.
I tedeschi organizzarono così una seconda partita, passata alla storia appunto come "partita della morte". La squadra tedesca si portò in vantaggio per prima, ma il primo tempo terminò 3-1 per lo Start.
Nell'intervallo un ufficiale tedesco raggiunse negli spogliatoi i giocatori ucraini allo scopo di convincerli a perdere la partita,[1] soprattutto per non far ripetere ai nazisti la brutta figura del match precedente. La gara sembrò volgere a favore della squadra tedesca che giunse al 3-3, ma l'orgoglio dei campioni ucraini prevalse: vinsero la partita per 5-3.
Ma quello che umiliò di più i tedeschi fu la "sesta" rete, quella non segnata: Klimenko saltò come birilli mezza squadra avversaria, portiere compreso, ed invece di depositare la palla in rete si fermò sulla linea di porta, si girò su se stesso e calciò il pallone verso il centro del campo. Ancor prima di lasciare il terreno di gioco, i vincitori si resero conto di aver firmato la propria condanna: l'attaccante Korotchich fu torturato e poi fucilato,[2] e altri sette giocatori finirono in un lager. Anche il portiere ed altri giocatori vennero uccisi - per rappresaglia - da lì a qualche giorno. Le cronache narrano che solo due furono i superstiti: Mikhail Sviridoski e Makar Goncharenko,[1] proprio colui che con la sua doppietta aveva portato lo Start sul 3-1. Oggi in suo onore la Dinamo Kiev ha eretto un busto con la dedica «A uno che se lo merita».[1]

Rasheed ha scritto:Gigio per favore
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The Truth 34
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da The Truth 34 »

Grandissimi uomini.
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Zero
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Zero »

pero' il documentario dice cose leggermente diverse
Benim adım Ebruli.
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pollister
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da pollister »

anche qui c'è qualche notizia diversa


Il primo luglio allo stadio Olimpijs’kyj di Kiev andrà in scena la finale dei Campionati Europei di calcio 2012, coospitati da Ucraina e Polonia. Aperto nel 1923, lo stadio fu rinnovato e ampliato nel 1941 e avrebbe dovuto essere inaugurato il 22 giugno 1941 con un incontro della Dinamo Kiev. Quel giorno la Wehrmacht tedesca iniziò l’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica occupando l’Ucraina e bombardandone la capitale. Molti giocatori, trattenuti nella capitale dal presidente dell’NKVD Lev Varnavskyj, parteciparono alla resistenza partigiana fino alla caduta della città, il 19 settembre 1941, facendo prigionieri seicentomila ucraini, costretti a firmare una dichiarazione di lealtà al regime nazista per poter tornare a Kiev.

Sullo sfondo della città occupata dai nazisti si staglia una storia talmente iconica da essere divenuta leggenda e distorta in più versioni: dalla propaganda sovietica, da sceneggiatori cinematografici e autori teatrali, dal passaparola e, magari, dagli stessi protagonisti sopravvissuti. La versione più affidabile e meglio documentata è quella di Andy Dougan, autore nel 2001 del libro Dynamo: Defending the Honour of Kiev. I nazisti organizzarono un campionato di calcio cittadino a fini propagandistici per rafforzare il proprio controllo sulla popolazione: Iosif Kordik, un imprenditore che era riuscito a farsi riconoscere lo status privilegiato di Volksdeutsche millantando cittadinanza austriaca, era riuscito ad assumere nella sua fabbrica di pane diversi ex giocatori della Dinamo e del Lokomotiv, creando una vera e propria squadra con le migliori stelle del calcio di Kiev.

Organizzatore e capitano carismatico della squadra era il portiere Mykola Trusevič e nell’FC Start – questo il nome della formazione – figurava anche l’ala Makar Hončarenko, che nel 1992 raccontò a una radio la sua storia, narrando di aver conservato la propria divisa e i propri scarpini all’arrivo dei nazisti: nazismo o comunismo, era sicuro che avrebbe avuto l’occasione per giocare a calcio. La Start partecipò al campionato infilando, grazie al valore dei suoi giocatori e nonostante la forma precaria dovuta alle ristrettezze della guerra, una lista ininterrotta di successi: ben presto diventò un talismano della città, ispirando la resistenza al regime nazista. Il destino del FC Start si scontrò contro il Flakelf, una squadra militare della Wehrmacht mandata a Kiev con lo scopo di piegarsi. Il Flakelf perse 5-1 la partita del 6 agosto 1942 nei giorni in cui Stalin spronava l’Unione Sovietica a non fare nemmeno un passo indietro.

Tre giorni dopo la rivincita, ammantata nella leggenda, fu vinta di nuovo dalla Start per 5-3, nonostante le intimidazioni ricevute dai nazisti e il rifiuto di fare il saluto nazista prima dell’incontro. Il risultato, secondo quanto racconta Duggan, scatenò la repressione: i giocatori vennero arrestati nel giro di pochi giorni con l’accusa di far parte dell’NKVD, da cui effettivamente dipendeva la Dinamo. Mykola Korotkich, a differenza dei suoi compagni, non era un dipendente del ministero dell’Interno sovietico solo nominalmente: riserva della Dinamo negli anni ’30, era anche un ufficiale in servizio dell’NKVD. A lui furono riservate le torture più atroci della Gestapo, venti giorni ai quali non sopravvisse. Gli altri giocatori furono deportati nel campo di concentramento di Syrec. Tre di loro furono fucilati, sempre secondo quanto racconta Duggan, la mattina del 24 febbraio 1943. Tra di loro c’era il portiere Trusevič, morto nella sua divisa da gioco nera e rossa, unico indumento caldo in suo possesso.

Alla storia della Partita della Morte verrà dedicato un nuovo film che già ha attirato tante polemiche da far ritardare la sua uscita a dopo l’Europeo. Come il film, anche il torneo non smette di far discutere proprio per il ruolo dell’Ucraina come paese organizzatore, tra minacce di boicottaggio e proteste da parte di gruppi per il rispetto dei diritti umani, leader politici dei paesi dell’UE, gruppi femministi e animalisti. A sollevare discordia sono più argomenti: dalle accuse di abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, allo sterminio dei cani di strada per rendere le città di Euro 2012 più appetibili ai turisti, dalle preoccupazioni sulla sicurezza all’indomani dell’attentato avvenuto il mese scorso a Dnipropetrovs’k fino alla delicata questione sull’incarceramento di Julija Tymošenko e sul rispetto dei diritti umani nel carcere di Charkiv dove l’eroina della Rivoluzione Arancione è detenuta dallo scorso anno. Non mancano nemmeno le contro-polemiche: perché i leader che ora alzano la voce contro il regime del presidente Janukovyč non hanno alzato un dito in occasione dell’Olimpiade in Cina e continuano tranquillamente a fare affari con gli autocrati delle risorse energetiche dell’Asia Centrale e con Vladimir Putin? L’Europeo in Ucraina rischia quindi di essere ricordato per ragioni che esulano dal rettangolo: invece che dell’ultimo palcoscenico internazionale di Andrij Ševčenko e della squadra messa insieme da un nome storico del calcio ucraino come Oleh Blochin, il riflettore potrebbe essere puntato sui diritti umani e sulle lotte di potere della repubblica ex sovietica più di quanto non sia mai avvenuto per nessuna manifestazione sportiva fino ad oggi.
Rasheed ha scritto:Gigio per favore
Mister T
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Mister T »

Bel topic Pollister!!! ;)

E loro sono stati dei grandi... :fiori:
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pollister
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da pollister »

grazie, spero che il topic prenda piede, chissà quante storie meritevoli sono sconosciute ai più (me compreso)
Rasheed ha scritto:Gigio per favore
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Rambone
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Rambone »

Gli interpreti sono diversi, come il momento storico, ma anche la Partita del sangue tra Ungheria ed Urss di pallanuoto credo sia attinente
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pollister
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da pollister »

spiega spiega, questa non la conosco.
Rasheed ha scritto:Gigio per favore
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Il2e13TiraSempreDa3
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Il2e13TiraSempreDa3 »

Sulla partita della morte Buffa ci ha dedicato uno splendido character.

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pollister
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da pollister »

bello, non lo avevo mai visto.
Rasheed ha scritto:Gigio per favore
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Il2e13TiraSempreDa3
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Il2e13TiraSempreDa3 »

http://www.storiedicalcio.altervista.or ... hbury.html

A proposito dei leoni di Highbury.
Tra l'altro quel sito è molto bello.
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Rambone
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Rambone »

Più che raccontare mi limiterei a farti un riassunto quindi ti posto direttamente l'articolo.
Un po' di tempo fa ne avevo trovati un paio anche più approfonditi e anche qualcosina su youtube, ma sto di frettissima.
http://it.wikipedia.org/wiki/Partita_de ... nell'acqua
Non sono mai riuscito a trovare il documentario di cui si parla alla fine per intero, penso più per pigrizia che altro, ma se qualcuno mi volesse far trovare la pappa pronta è il ben accetto ;)
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Syd
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Syd »

Sempre da storiedicalcio, l'Intercontinentale tra Milan e Esudiantes.

Coppa Intercontinentale
1969: Estudiantes-Milan,sfida selvaggia


Il 22 ottobre 1969 il Milan esce dal sottopassaggio per entrare sul campo della Bombonera di Buenos Aires per affrontare l'Estudiantes di La Plata nella partita di ritorno della Coppa Intercontinentale. Gli ultimi metri non sono protetti e appena i primi giocatori sbucano fuori, su di loro viene rovesciato del caffè bollente.
Comincia così una delle più violente partite della storia del calcio, una selvaggia caccia all'uomo che si concluse addirittura con l'arresto di Combin. La rimonta per gli argentini è difficile.
Il regolamento variava, all'inizio della Coppa si arrivava alla bella in caso di una vittoria a testa, ma poi era stato introdotta la differenza reti. Nel '63 il Milan aveva vinto 4-2 in casa, poi perso 4-2 a Rio de Janiero, la bella fu nella stessa Rio (prima stranezza) con lo stesso arbitro (seconda stranezza).
Fu 1-0 per i brasiliani, con un'espulsione inventata di Maldini e un rigore inventato. Un precedente significativo. L'Estudiantes non ha voluto giocare nel grande e dispersivo stadio Monumental del River Plate ma nella Bombonera del Boca Juniors.
Bagnati di caffè i milanisti sono al centro del campo schierati per la foto.
E mentre i mettono uno accanto all'altro, chi in piedi e chi in ginocchio, ecco che entrano quelli dell'Estudiantes.
Hanno un pallone a testa e inventano una strana maniera per il riscaldamento: prendono a pallate i milanisti impettiti. L'Estudiantes è un fenomeno di quegli anni, la squadra di una piccola città che arriva a dominare il calcio sudamericano, è come un Chievo che arrivi in finale di Champions League. Ci sono buoni giocatori, tra i quali Carlos Bilardo, futuro ct dell' Argentina mondiale, e Juan Ramon Veron, il padre di Sebastian. Ma gli altri sono dei picchiatori.
Ricorda Lodetti. «La partita è stata tutta così, quando avevi il pallone arrivava qualcuno e ti spaccava. L'arbitro, un cileno, se ne fregava bellamente. Ci fu un terzino che falciò Prati, poi arrivò il portiere Poletti e gli mollò un calcio nella schiena. Prati dovette uscire dal campo». Il Milan ha già segnato con Rivera in un'azione di contropiede, una fuga saltando il difensore e poi anche scartando il portiere, che era più forte come picchiatore che come portiere.
L'Estudiantes ribalta subito il punteggio con Conigliaro e Suarez, ma il Milan è comunque abbastanza tranquillo dato il punteggio dell'andata. C'è solo da salvare la pelle.
Nella ripresa, se non è possibile vincere la Coppa, è possibile punire il disertore Combin.
Il giustiziere è ancora Poletti, che sferra un cazzotto devastante al francese, che esce dal campo con la faccia sanguinante, spaccati il naso e lo zigomo.
Ma non se la cava con così poco. A fine partita arrivano quattro poliziotti con una macchina e se lo portano via. Arrestato.
«Forse fu una leggerezza portarlo anche al ritorno. Avevamo un tale vantaggio dopo la partita d'andata...» dice Lodetti.
Lo scandalo comunque fu tale che in seguito Poletti fu radiato dalla sua Federazione.Lodetti fu uno di quelli che scampò al massacro. «Mi presi solo un cazzotto alla schiena a fine partita, non so neanche da chi, quando mi abbracciai a Fogli, felici. Eravamo i due centrali di centrocampo, ci eravamo fatti un mazzo così...».
Il Milan si prende la Coppa e va all' aeroporto. Sono passate un paio d' ore e di Combin nessuna traccia. A quel punto la squadra, Rocco in testa, è compatta: senza di lui non si parte. Si mette in moto la diplomazia, ci sono contatti tra le due ambasciate, gli argentini vogliono trattenere Combin per mandarlo a fare il militare.
Finalmente la situazione si sblocca, il centravanti appare all'imbarco, l'aereo può decollare.
«E tutti insieme, appena in volo, facemmo il gesto dell' ombrello verso l'Argentina».
La Coppa Intercontinentale finisce così, ormai è diventata una guerra tra due paesi.
«Certo il fascino delle due gare era superiore...» dice Lodetti.
Nel '75 e '78 neanche ci fu, nessuno volle giocarla. La salvarono dall'80 i giapponesi.

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Rambone
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da Rambone »

Lucarelli sulla partita della morte
http://www.deejay.it/dj/radio/programma ... tail=13579
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W&G
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da W&G »

Penso che queste siano note,però io ogni volta provo sempre i brividi a rileggerle:

Il rigore più lungo del mondo.
Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di domenica non c'era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia delle dune e il polline delle fattorie. I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa partecipavano sedici squadre e l'Estrella Polar finiva sempre dopo il decimo posto. Cedo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella borsa perché era l'unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a vincere per uno a zero con l'Escudo Cileno, un'altra squadra miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.
Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far rimanere il Deportivo Belgrano, l'eterno campione, la squadra di Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un punto di distacco. Si parlava dell'Estrella Polar a scuola, sull'autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine dell'autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno dei nostri. I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come maiali quando non avevano la palla. L'allenatore, uno vestito di nero, con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi, che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a spiegarci come potessero vincere se giocavano così male. Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la gente li applaudiva per l'uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia. Erano diventati l'attrazione del paese e a loro tutto era consentito. I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano di qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese, nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con l'Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell'euforia furono sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell'andata persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stata ristabilita. Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con un solo punto in meno rispetto al campione. L'ultimo scontro divenne storico a causa del rigore. Lo stadio era tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa, replicasse almeno i sette goal dell'andata. Il giorno era fresco e assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L'Estrella Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d'assalto la tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare calmi.
L'arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo del secondo tempo si era ancora sull'uno a uno e non aveva fischiato la massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a tuffo nell'area dell'Estrella Polar e facevano capriole e salti mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non concedeva il rigore perché non c'era fallo. Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la mezz'ala sinistra dell'Estrella Polar infilò una punizione da molto lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì che Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò. Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il punto del rigore. All'epoca, il luogo dell'esecuzione non era indicato con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo. Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché l'ala destra dell'Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto. Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire dall'esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto luogo la domenica dopo, sullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il contrario, il più lungo della storia. Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare. Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo, fra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori contro el Gato Dìaz e l'allenatore con il vestito nero e il neo sulla fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila, sparò un tiro con la punta dell'anfibio militare che quasi sradica la rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare, gettando all'indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato s'infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: - Constante li tira a destra.
- Sempre, -disse il presidente della squadra.
- Ma lui sa che io so.
- Allora siamo fottuti.
- Sì, ma io so che lui sa, - disse el Gato.
- Allora buttati subito a sinistra, - disse uno di quelli che erano seduti a tavola.
- No. Lui sa che io so che lui sa, - disse el Gato Dìaz e si alzò per andare a dormire.
- El Gato è sempre più strano, - disse il presidente della squadra nel vederlo uscire pensieroso, camminando piano.
Martedì non andò all'allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando lo trovarono che camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo seguiva un cane dalla coda mozzata.
- Lo pari? - gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.
- Non lo so. Che cosa cambia, per me? - domandò.
- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle checche del Belgrano.
- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, - disse e fischiò al cane per tornarsene a casa.
Venerdì la rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto un'anguria aperta.
- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è il tuo fidanzato.
- Poveretto, - disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò, quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l'autobus delle dieci e mezza.
La sera andarono al cinema insieme. Nell'intervallo, el Gato uscì nell'atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra, con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza alzare lo sguardo. Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse che forse gliel'avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al ballo.
- E io come faccio a saperlo? - disse lui.
- A sapere cosa?
- Se mi devo buttare da quella parte.
La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui avevano lasciato le biciclette.
- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse lei.
- E se non lo paro? - domando el Gato.
- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la rubia, e tornarono in paese.
La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di gente, ma la polizia li bloccò all'ingresso del paese e dovettero fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi e in quel posto non c'erano né televisori né stazioni radio né qualche altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli dell'Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio e la strada. Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi dell'Estrella Polar.
Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati a centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore. Allora l'arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una pentola di alluminio.
Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su quale lato avrebbe scelto Constante Gauna. Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano quell'istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle contrazioni del fiatone. Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel rigore - raccontò poi - che lo avrebbe rifatto in ogni momento della sua vita, sveglio o addormentato.
Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della porta sentì gli occhi rovesciarglisi all'indietro e cadde di spalle schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare in area. El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra, si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta l'Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : "Non vale! Non vale!" La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo svenimento dell'arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il "non vale" continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia attonita.
Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto dall'attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle sapere "che è successo" e quando glielo raccontarono scosse la testa e
disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano
pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta. Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i giocatori dell'Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo circondati dalla polizia.
Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa direzione con un'eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più. Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse estratto la pallina vincente alla lotteria. Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui. Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di sinistro, basso, sapendo che non l'avrebbe parato perché era molto rigido e portava il peso della gloria.
Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando come un cane bastonato. Bene, ragazzo - mi disse. - Un giorno andrai in giro da queste parti a raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.

Il figlio di Butch Cassidy
Il mondiale del 1942 non figura in nessun libro di storia. Si giocò nella Patagonia argentina senza sponsor né giornalisti, e nella finale accaddero cose strane, come il fatto che si giocò un giorno e una notte senza riposo, che le porte e il pallone sparirono e che il temerario figlio di Butch Cassidy tolse all’Italia tutti i suoi titoli.
Mio zio Casimiro, che non aveva mai visto da vicino un pallone da calcio, nella finale fece il guardalinee e alcuni anni dopo scrisse delle memorie fantastiche, piene di errori storici e di follie ormai irrimediabili in mancanza di testimoni più credibili.
La guerra in Europa aveva interrotto i mondiali. Gli ultimi due, nel 1934 e nel 1938, li aveva vinti l’Italia e gli operai piemontesi ed emiliani che costruivano la diga di Barda del Medio in Argentina e le strade di Villarica in Cile, si sentivano campioni per sempre. Tra gli operai che lavoravano c’erano anche mapuches noti per le loro arti illusionistiche e per le loro magie, e soprattutto europei scappati dalla guerra. Spagnoli che monopolizzavano i negozi di alimentari, altri italiani di Genova, della Calabria e della Sicilia, e polacchi, francesi, qualche inglese che prolungava le strade ferrate di Sua Maestà, pochi guaranìes del Paraguay, argentini che avanzavano verso la lontana Terra del Fuoco. Tutti si trovavano lì perché il telegrafo non c’era ancora arrivato e si sentivano al sicuro dal mondo tremendo in cui erano nati.
Verso aprile, quando il caldo diminuì e il vento del deserto si placò, arrivarono gli elettrotecnici del Terzo Reich che installavano la prima linea telefonica dal Pacifico all’Atlantico. Portavano con loro un’estremità del cavo che inaugurava l’era delle comunicazioni e il primo pallone con valvola automatica, che dicevano di aver inventato ad Amburgo. Dopo averlo mostrato nel recinto del cantiere per suscitare l’ammirazione di tutti, lanciarono una sfida, nel caso ci fosse qualcuno disposto a giocare contro di loro una partita internazionale. Un ingegnere, che si chiamava Celedonio Sosa e veniva da Balvanera, accettò la sfida a nome della nazione argentina e mise insieme una squadra di vagabondi e ubriaconi che tornavano delusi dalle depressioni della cordillera delle Ande, dov’erano andati a cercare l’oro.
Il suo coraggio si rivelò catastrofico per gli argentini, che persero 6 a 1 con un pessimo arbitraggio di William Brett Cassidy, che diceva di essere figlio naturale del cowboy Butch Cassidy, il quale prima di finire crivellato di spari in Bolivia era vissuto molti anni nelle fattorie della Patagonia insieme a Sundance Kid e a Edna, amante di tutt’e due.
Quando si accorsero della diversità di paesi e razze rappresentati in quell’angolo della Terra, i tedeschi lanciarono l’idea di un campionato mondiale che avrebbe dovuto immortalare con la prima telefonata il loro passaggio portatore di civiltà in quei confini del pianeta. Il primo problema per gli organizzatori fu che gli italiani antifascisti si rifiutavano di mettere in palio la loro condizione di campioni perché ciò avrebbe comportato il riconoscimento dei titoli vinti dai professionisti del regime di Mussolini.
Alcuni irresponsabili, conquistati dalla curiosità di giocare con un pallone perfettamente rotondo e senza i lacci, si lasciavano schiacciare dai tedeschi al calar del sole mentre la linea telefonica avanzava nella cordillera verso il cantiere della diga: una squadra di negozianti spagnoli e di intellettuali francesi fu travolta 7 a 0 e una di preti polacchi e di sbandati guaranìes perdette 5 a 0 in un campo improvvisato sulla sponda del fiume Limay.
Nessuno ricordava bene le regole del gioco, né quanto tempo si dovesse giocare, né le dimensioni del terreno, cosicché le sole cose proibite erano toccare il pallone con le mani e colpire alla testa i giocatori caduti. Chiunque avesse avuto abbastanza discernimento per giudicare queste due infrazioni, poteva essere l’arbitro, e così mio zio e il figlio di Butch Cassidy divennero famosi e rispettabili finché arrivò il telefono.
Ci fu un momento in cui la posizione di principio degli italiani si fece insostenibile. Come potevano continuare a proclamarsi campioni di una Coppa che non riconoscevano, mentre i tedeschi infliggevano una goleada a tutti quelli che si trovavano di fronte? Potevano continuare a sopportare gli sfottò e le battute degli ospiti che li accusavano di non giocare per paura dell’umiliazione?
A maggio, all’inizio delle prime pioggerelle, il caposquadra calabrese Giorgio Casciolo si accorse che con la sabbia bagnata il pallone cominciava a rimbalzare in tutte le direzioni e che gli inviati del Fùhrer, i quali ormai provavano in segreto il telefono ed esageravano con la birra, non riuscivano più a controllarlo alla perfezione. In un’altra partita contro i guaranìes, dopo due ore di gioco senza interruzione, il risultato fu solo di 5 a 2. In un’altra, gli inglesi che mettevano giù i binari della ferrovia, perdevano per 5 a 4 quando i tedeschi, scesa la sera, sostennero che bisognava metter via il pallone per evitare che si perdesse tra le erbacce. Al fine mese i pescatori del Limay, quasi tutti cileni, perdettero 4 a 2 perché William Brett Cassidy aveva concesso due rigori a favore dei tedeschi per dei falli di mano commessi molto lontano dalla porta.
In una notte di baldoria nel postribolo di Zapala, mentre un ingegnere di Baden Baden cercava di sintonizzarsi con una radio sulle notizie dal fronte russo, un anarchico genovese che si chiamava Mancini e a cui avevano rubato i pantaloni cominciò a inneggiare al proletariato di Barda del Medio e a urlare che né i tedeschi né i russi erano invincibili. Lì non c’erano russi che potessero sentirsi chiamati in causa, ma l’ingegnere tedesco sobbalzò, tese il braccio e accettò la sfida. Il caposquadra Casciolo, in una stanza vicina, sentì la discussione e temette che la Coppa del 1938 cominciasse ad allontanarsi per sempre dall’Italia.
All’alba, mentre rientravano a Barda del Medio su una Ford, gli italiani decisero di giocarsi il titolo e di difenderlo con tutto l’onore che fosse possibile a quell’epoca e in quel posto. Solo cinque o sei di loro avevano giocato qualche volta a pallone, ma uno, l’anarchico Mancini, aveva passato l’infanzia in un collegio di preti dove gli avevano insegnato a correre con una palla legata ai piedi.
Il giorno dopo la notizia girò per tutte le impalcature della gigantesca opera: i campioni del mondo accettavano di mettere in palio la Coppa. I mapuches non sapevano di che cosa si trattasse, ma credevano che la Coppa possedesse i segreti dei bianchi che li avevano decimati nelle guerre di conquista. Agli inglesi non andava giù che i loro nemici tedeschi potessero conquistarsi la gloria di quel torneo fugace. Gli argentini aspettavano che il governo li portasse via da quell’inferno di caldo e di sabbia e intanto mettevano a punto un sistema difensivo per impedire un’altra goleada tedesca. I guaranìes avevano fatto la guerra per il petrolio con la Bolivia ed erano abituati al deserto, anche se non avevano più di tre o quattro uomini che conoscessero un pallone. Formarono delle squadre anche i preti e gli operai polacchi, gli intellettuali francesi e i negozianti spagnoli. I francesi non erano abbastanza per arrivare a undici e chiesero l’autorizzazione di aggiungere tre pescatori cileni.
I tedeschi insistettero perché tutto si svolgesse secondo le regole che credevano di ricordare: bisognava sorteggiare tre gruppi e si doveva giocare nei posti dov’era arrivato il telefono per chiamare Berlino e dare la notizia. William Brett Cassidy insistette perché gli arbitri fossero autorizzati a portare un revolver per far rispettare la loro autorità. Poiché molti giocatori entravano in campo ubriachi e a volte armati di coltello, l’idea venne approvata.
Furono liberati a colpi di machete tre spiazzi lunghi cento metri e le porte, siccome nessuno ricordava le misure, le fecero di dieci metri per due di altezza. Non c’erano reti per trattenere il pallone, ma Cassidy e mio zio Casimiro, che avrebbero arbitrato, si mostrarono pronti a misurare a colpo d’occhio se il pallone sarebbe passato dentro o fuori il rettangolo.
Il sorteggio delle sedi e delle partite fu fatto con il sistema della pagliuzza più corta. L’inaugurazione, a Barda del Medio, toccò all’Italia campione e all’agguerrita squadra dei guaranìes del Paraguay. Sull’altra sponda del fiume, a Villa Centenario, giocarono tedeschi, francesi e argentini, e sulla strada di terra, vicino al postribolo, si affrontarono spagnoli, inglesi e gli indios mapuches.
In tutte le partite ci furono incidenti all’arma bianca e i lavori della diga dovettero essere sospesi a causa dei gravi rigurgiti di nazionalismo provocati dal campionato. Nell’inaugurazione, l’Italia vinse 4 a 1 sui guaranìes. Negli altri campi risultarono vincitori i tedeschi sui francesi, mentre i mapuches tolsero di mezzo inglesi e spagnoli con cinque o sei gol di distacco.
I primi due feriti furono guaranìes che non accettarono le decisioni di Cassidy. L’arbitro dovette distribuire colpi di calcio di pistola per far eseguire un rigore a favore dell’Italia. Sull’altra sponda del fiume mio zio Casimiro, nella seconda partita del girone, dovette sparare contro un attaccante mapuche che si era infilato il pallone sotto la camicia e aveva cominciato a correre come un pazzo verso la porta inglese. I mapuches ebbero due o tre infortunati, ma vinsero il girone perché gli inglesi si ostinarono in un fair play degno dei campi di Cambridge.
La bandiera del Terzo Reich sventolò più alta delle altre per tutto il campionato sui cantieri della diga, ma durante la notte qualcuno le sparava fucilate. William Brett Cassidy permise che i tedeschi eliminassero l’Argentina grazie all’espulsione dei suoi due migliori difensori. È vero che il portiere, uno di Còrdoba, si difendeva a sassate quando i tedeschi si avvicinavano alla porta, ma quella era una tecnica adottata da tutti i difensori quando si sentivano in pericolo. Prima di ogni partita i tifosi accumulavano pile di calcinacci dietro a ciascuna porta e alla fine degli scontri, evacuati i feriti, si raccoglievano i sassi che restavano sul campo.
Le memorie scritte da mio zio risultano lacunose e forse confondono gli eventi. Raccontano che vi furono tre finalisti: Germania, Italia e i mapuches senza patria. Nella semifinale si verificarono alcune irregolarità che Cassidy non fu in grado di controllare. I tedeschi si presentarono con degli elmi per proteggersi la testa e alcuni avevano degli spilli pressoché invisibili da usare nelle mischie. Gli italiani bruciarono uno stemma fascista, intonarono Verdi ed entrarono in campo nascondendo manciate di peperoncino da tirare negli occhi degli avversari.
Cassidy volle dare risalto all’evento e tirò a sorte per scegliere il campo con un dollaro d’oro, ma appena la moneta cadde a terra qualcuno la rubò e così si verificò il primo scompiglio. Il capitano tedesco accusò un cuoco italiano che di sera leggeva Lenin chiuso in un gabinetto del cantiere di essere ladro e comunista. Il cuoco fu espulso dal campo per ribellione e letture contagiose. Prima di dare inizio alla partita, Cassidy tenne un discorso piuttosto duro sul pericolo di mescolare il calcio alla politica e poi si ritirò a osservare la partita su un monticello di sabbia, accanto al campo. Poiché non aveva il fischietto e le cose si annunciavano difficili, scendeva dalla collinetta con il revolver in pugno solo per dividere i giocatori che si prendevano a botte. Cassidy sparava in aria e sebbene alcuni spettatori nascosti tra l’erba gli rispondessero con salve di fucile, la testimonianza di mio zio assicura che affrontò le tre ore di gioco con un coraggio degno della memoria del padre.
Cassidy fece durare la partita così a lungo perché gli italiani resistevano con coraggio e con molta polvere di peperoncino all’attacco tedesco. Nei contropiede l’anarchico Mancini sgusciava come un’anguilla tra i difensori troppo avanzati. Ci furono momenti in cui l’Italia, che giocava con un uomo in meno, si trovò in vantaggio per 2 a 1 e per 3 a 2, ma al calar del sole qualcuno restituì a Cassidy il suo dollaro d’oro dentro a una tabacchiera in cui c’erano almeno altre venti monete. Allora il figlio di Butch Cassidy decise di scendere in campo e di mettere le cose a posto. Su un corner, Mancini saltò per prendere il pallone di testa, ma un difensore tedesco lo punse nel collo con una spilla e quando l’italiano andò a protestare Cassidy gli appoggiò il revolver contro la testa e lo espulse senza tanti complimenti. Poi, quando scoprì che gli italiani usavano peperoncino per tenere lontani gli attaccanti rivali, fermò il gioco e diede tre rigori a favore dei tedeschi.
Il caposquadra Casciolo, furibondo di fronte a tale parzialità, andò a mettersi tra il portiere e l’uomo che avrebbe tirato i rigori, ma Cassidy ricaricò il revolver e lo ferì a un piede. Un ingegnere prussiano s’infilò gli occhiali per tirare i rigori (Cassidy aveva contato solo nove passi di distanza) e segnò due gol. Subito dopo il figlio di Butch Cassidy decretò la fine dell’incontro e così l’Italia perdette la Coppa che aveva vinto nel 1934 e nel 1938.
I tedeschi andarono a festeggiare al postribolo e non immaginavano neppure da lontano che i mapuches scesi dalle Ande potessero batterli nella finale, come successe tre giorni dopo, in una domenica grigia che la storia non ricorda. Quel giorno il telefono cominciò a funzionare e alle tre del pomeriggio Berlino rispose alla prima chiamata dalla Patagonia. Da tutta la regione andarono al campo per vedere la partita e il telefono nero nuovo fiammante portato dai tedeschi. Un reggimento di stanza alla frontiera con il Cile mandò i soldati migliori per suonare gli inni nazionali e mantenere l’ordine, ma i mapuches non avevano un paese e tantomeno una musica scritta, perciò eseguirono una danza che invocava l’aiuto dei loro dèi.
Mio zio, che fece il guardalinee, annota nelle sue memorie che poco dopo l’inizio della partita sulle colline apparvero delle donne a seno nudo che ballavano e subito cominciò a piovere e a grandinare. Tra il temporale e la grandine Cassidy pensò di sospendere l’incontro, ma i tedeschi avevano già annunciato la vittoria per telefono e si rifiutarono di rinviare l’evento. Ben presto il campo si trasformò in un pantano e i giocatori si infangarono fino a diventare irriconoscibili. Poi, senza che nessuno se ne accorgesse, le porte scomparvero e sebbene si giocasse senza sosta fino all’ora di cena non si sapeva più dove infilare i gol.
A mezzanotte, mentre la pioggia s’intensificava, Cassidy fermò il gioco e si consultò con mio zio per decidere sul da farsi. I tedeschi dissero di aver visto delle donne che si portavano via i pali e subito l’arbitro assegnò sei rigori per punire i mapuches. Nessuno però riuscì a trovare le porte in cui tirarli. Una squadra dell’esercito andò a cercarle, ma non se ne seppe più niente. Il gioco dovette proseguire nel buio più totale perché Berlino esigeva il risultato, ma non c’era più nemmeno il pallone e con il far del giorno tutti correvano dietro a un’illusione che saltava di qua e di là, a seconda di come volevano gli uni o gli altri.
Mentre il sole si levava, il telefono suonò nel deserto e tutti quanti si fermarono ad ascoltare. L’ingegnere capo chiese a Cassidy di sospendere il gioco per qualche istante, ma fu inutile: i mapuches continuavano a correre, a saltare e a gettarsi in terra come se ancora ci fosse un pallone. I tedeschi, curiosi o preoccupati, sicuramente esausti, andarono a rispondere e sentirono la voce del loro Fùhrer che iniziava un discorso in qualche luogo della patria lontana. Allora più nessuno si mosse e il sussurrio disturbato del telefono corse per tutto il terreno in quel primo mondiale dell’era delle comunicazioni.
In quel momento di quiete una delle porte apparve all’improvviso sull’alto di una collina. Tutti potevano vederla, e le donne ripresero la loro danza senza musica. Una di loro, la più grassa e colorata a festa, andò incontro al pallone che cadeva da molto in alto, da chissà dove, e con un tocco lieve di testa lo lasciò adagiare davanti ai pali, affinché un ballerino scalzo che rideva a crepapelle lo mettesse in gol di destro. William Brett Cassidy annullò il tiro sparando, ma, nelle sue memorie allucinate, mio zio considera valido quel gol. Peccato che abbia dimenticato di riferire altri particolari e il nome di quell’allegro goleador dei mapuches.
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pollister
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da pollister »

soriano :tantammore:
Rasheed ha scritto:Gigio per favore
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alex63
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da alex63 »

Do il mio modesto contributo
non poteva mancare
E come dice Carlo conti (per fortuna) IO C'ERO!!!!!IN tv

Senza introduzioni: EL PARTIDO DEL SIGLO

Valcareggi escluse ancora una volta dalla formazione iniziale Rivera preferendogli Mazzola. Il primo gol fu segnato da Roberto Boninsegna, dopo soli otto minuti dall'inizio della partita, frutto di una combinazione con Gigi Riva. Per i seguenti ottanta minuti l'Italia giocò una partita difensiva, tenendo sulle spine i tedeschi con alcuni insidiosi contropiede e il portiere italiano Enrico Albertosi, protagonista di alcuni interventi decisivi, fu probabilmente il miglior azzurro durante i tempi regolamentari. Fu però il milanista Karl-Heinz Schnellinger, al suo primo e unico gol in quarantasette partite con la nazionale, a portare la gara in parità due minuti e mezzo oltre i tempi regolamentari. La cosa, contrariamente a quanto succede oggi, a quei tempi era più unica che rara; infatti praticamente in quasi tutte le partite gli arbitri fischiavano la fine allo scadere del 90º minuto. Questo spiega la delusione e lo sconcerto del telecronista Nando Martellini che al fischio finale dei tempi regolamentari disse al microfono: Questo Yamasaki!. Due minuti e mezzo dopo la fine del tempo regolamentare!.

Iniziarono così i tempi supplementari che, per la straordinaria densità di emozioni offerte, entrarono nella storia: al gol di Gerd Müller al 94', abile a sfruttare un errato tocco della difesa italiana dopo un debole colpo di testa di Uwe Seeler, rispose un nostro difensore, Tarcisio Burgnich (al suo secondo e ultimo gol in nazionale in sessantasei partite), su un controsvarione difensivo tedesco. L'Italia, un minuto prima della fine del primo tempo supplementare passò addirittura in vantaggio, con uno straordinario assolo di Riva in contropiede.

Beckenbauer, a seguito di un infortunio che gli causò la lussazione di una spalla, restò stoicamente in campo, giocando con un braccio fasciato lungo il corpo, fino alla fine dei supplementari. Al quinto minuto del secondo tempo supplementare, la Germania trovò il pareggio: colpo di testa di Seeler su un pallone proveniente da un calcio d'angolo, la palla sembrava indirizzata fuori, ma Müller interviene di testa, trovando uno spiraglio tra Rivera (piazzato sulla linea di porta) e il palo. Albertosi non nascose affatto il suo rincrescimento nei confronti di Rivera, conscio che quell'errore poteva rivelarsi fondamentale per le sorti della gara.

Fu un'azione corale, a riportare dopo appena sessanta secondi l'Italia in vantaggio: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione dello stesso Rivera che di piatto superò Maier. Finì 4-3; l'Italia dopo trentadue anni era in finale di Coppa Rimet e per tutta la notte, nelle piazze italiane, l'impresa fu festeggiata come la vittoria del Mondiale stesso in attesa della finale vera e propria. In Germania invece la gente non prese bene la sconfitta e dopo la partita ci furono episodi di caccia all'italiano con molte macchine appartenenti a italiani date alle fiamme dai tifosi tedeschi inferociti. Fu una notte particolarmente difficile per le forze dell' ordine e quando nel 1982 ci fu nuovamente un incontro Italia-Germania per la finale dei mondiali di Spagna la polizia tedesca si organizzò attivandosi ai massimi livelli e con il massimo scrupolo per evitare il ripetersi dei disordini della notte del 1970.

:yo:
sono l'ex codice fiscale.
Se fosse ancora vivo mio padre,si ribalterebbe nella tomba.
"Se ne intende di automobili?" " ho bisogno di un co - pilota per mettere in azione i tergicristalli!"
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il borbone
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da il borbone »

bellissima la storia del rigore
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skiptomylou
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da skiptomylou »

il borbone ha scritto:bellissima la storia del rigore
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mikkos
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Re: Degli dei e degli eroi

Messaggio da mikkos »

skiptomylou ha scritto:
il borbone ha scritto:bellissima la storia del rigore

l'ho pubblicata su face..il gato diaz! :yo:
Hank:could be worse
Sam:yea...how??
Hank:could just had your dick drained by a tranny hoocker
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