Referendum
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Vincenzo2
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Re: Referendum
Va bene
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Rasheed
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Re: Referendum
1,2,3,4,5,6...
...poi prosegue
...poi prosegue
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Vincenzo2
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Re: Referendum
Ti ho scritto, va bene.
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terzappi
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Re: Referendum
Evito di entrare nel discorso della migrazione del voto. Mi limito al dato politico: l’esito referendario ha visto prevalere nettamente il “NO”.
Ho ascoltato diversi esponenti di quel fronte e, al di là di argomentazioni ricorrenti e spesso più retoriche che sostanziali, delle solite litanie e stronzate degne del peggior Travaglio e della peggiore sinistra non ho riscontrato una spiegazione tecnicamente convincente contro la separazione delle funzioni e delle carriere.
Una parte consistente del fronte del “NO” rivendica questo risultato come una difesa della Costituzione. In Italia esiste infatti una tendenza diffusa a considerare la Costituzione come un riferimento intangibile.
Se la si osserva in chiave strettamente tecnico-istituzionale, la Costituzione del 1948 è il prodotto di un compromesso politico tra culture profondamente diverse. Questo compromesso ha certamente garantito un impianto liberaldemocratico, ma ha anche incorporato dichiarazioni di principio che potevano apparire come porte per modelli collettivistici.
Il punto critico non è tanto il valore dei principi in sé - anche condivisibili - quanto la loro traduzione in architettura istituzionale. Un sistema costruito per bilanciare e contenere le diverse anime politiche tende, per sua natura, a moltiplicare i centri di veto e a rendere complesso il processo decisionale.
In questo senso, più che parlare di “difesa della Costituzione”, sarebbe forse più corretto interrogarsi sulla capacità dell’attuale assetto costituzionale di garantire governabilità ed efficacia dell’azione pubblica.
Sul piano del linguaggio pubblico, le vergognose immagini di ieri, dove la terzietà della magistratura (sono ironico) è stata ribadita con canti e slogan da stadio - e nel frattempo sono già iniziate le purghe verso i magistrati sostenitori del sì - in qualsiasi altro Paese avrebbero scatenato un putiferio e un'ondata di indignazione, ma non in questo.
Questo si inserisce in un quadro più ampio. In Italia permane una cultura politica in cui il rapporto tra cittadino e potere tende a essere più relazionale che impersonale. Più che un sistema fondato su regole astratte e neutrali, spesso lo Stato è percepito come un soggetto da cui ottenere protezione, risorse o vantaggi. In Italia è difficile applicare il modello dello "Stato di diritto" poiché prevale una concezione per la quale il cittadino cerca nella persona che detiene il potere una specie di "fratello forte". Tendenza che macroscopicamente è evidente nel Meridione ma - come scriveva Gianfranco Miglio (gigante che andrebbe studiato) - si evidenzia anche al Nord con declinazioni diverse. I politici infatti, concepiscono il potere come un patronato clientelare (tipico delle associazione a carattere mafioso). Secondo questa lettura, in Italia il potere viene frequentemente interpretato come una rete di relazioni e intermediazioni, più che come esercizio neutrale di funzioni.
Alla luce di quanto sopra, si possono capire alcune alcune resistenze: modelli istituzionali più lineari e responsabilizzanti riducono gli spazi di intermediazione e, quindi, anche la possibilità di un rapporto negoziale tra cittadino e potere. In Italia non si arriverà mai ad una elezione diretta del PdR o del PdC, perchè, in tal senso, i cittadini non potrebbero più negoziare clientelarmente il proprio voto. A ciò si aggiunge il tema del “mito” della Costituzione, spesso trattata come un riferimento intangibile più che come un assetto da valutare in termini di efficacia. Questo atteggiamento tende a bloccare qualsiasi riflessione critica sulla sua capacità di garantire governabilità, efficacia ed attuale.
In questo quadro, il risultato referendario appare coerente con una preferenza diffusa per la conservazione dello status quo.
Infine, il voto restituisce ancora una volta una frattura territoriale netta. I dati parlano chiaro: Campania 65%, Sicilia 61%, Puglia 57%, Calabria 57%. 4 regioni per le quali si potrebbe alludere anche alle 4 entità parastatali ivi presenti. A queste si aggiunge Roma Capitale (Si dovrebbe aprire un capitolo a parte sulla provenienza regionale dei dirigenti dello stato e dei magistrati ma, non finirei più).
Al contrario, il Nord-Est (soprattutto il Veneto umiliato dal plebiscito farsa del 1866) appare, come al solito, più propenso ad un cambiamento.
Bisognerebbe avere il coraggio di prendere atto di una disomogeneità strutturale: differenze economiche, sociali e di rapporto con le istituzioni producono inevitabilmente comportamenti elettorali divergenti. Ignorare questa realtà significa continuare a leggere il Paese come un blocco uniforme che, nei fatti, non è. Personalmente Continuerò ad essere un fermo sostenitore dell'artifcialità dello Stato Italiano. Un'espressione geografica, un costrutto che non presenta motivazioni storiche reali, ma solo artificiali. Non è un caso che il ventennio ha dovuto provare a fondare l'italianità nel mito di Roma.
Non credo che sia altrettanto un caso che dai propri nonni (veneti) si è sentito spesso raccontare che i genitori/nonni, rimpiangevano il regno austro ungarico (e non parliamo delle narrazioni sulla Serenissima, mille anni di storia cancellati dai libri, anche questa un'altra storia)
A margine, interessante notare che all’estero il Si abbia prevalso con il 56% di preferenze.
Visto che si è citata la VDL e l’UE, se non siamo andati a muso duro nel 2011, non lo faremo mai. In quel periodo eravamo stati definiti, da politoligi internazionali, come l’impotenza in grado di premere il bottone rosso e fare saltare tutto il banco. Ovviamente, se sei solo un’espressione geografica, il bottone non lo premerai mai.
Ho ascoltato diversi esponenti di quel fronte e, al di là di argomentazioni ricorrenti e spesso più retoriche che sostanziali, delle solite litanie e stronzate degne del peggior Travaglio e della peggiore sinistra non ho riscontrato una spiegazione tecnicamente convincente contro la separazione delle funzioni e delle carriere.
Una parte consistente del fronte del “NO” rivendica questo risultato come una difesa della Costituzione. In Italia esiste infatti una tendenza diffusa a considerare la Costituzione come un riferimento intangibile.
Se la si osserva in chiave strettamente tecnico-istituzionale, la Costituzione del 1948 è il prodotto di un compromesso politico tra culture profondamente diverse. Questo compromesso ha certamente garantito un impianto liberaldemocratico, ma ha anche incorporato dichiarazioni di principio che potevano apparire come porte per modelli collettivistici.
Il punto critico non è tanto il valore dei principi in sé - anche condivisibili - quanto la loro traduzione in architettura istituzionale. Un sistema costruito per bilanciare e contenere le diverse anime politiche tende, per sua natura, a moltiplicare i centri di veto e a rendere complesso il processo decisionale.
In questo senso, più che parlare di “difesa della Costituzione”, sarebbe forse più corretto interrogarsi sulla capacità dell’attuale assetto costituzionale di garantire governabilità ed efficacia dell’azione pubblica.
Sul piano del linguaggio pubblico, le vergognose immagini di ieri, dove la terzietà della magistratura (sono ironico) è stata ribadita con canti e slogan da stadio - e nel frattempo sono già iniziate le purghe verso i magistrati sostenitori del sì - in qualsiasi altro Paese avrebbero scatenato un putiferio e un'ondata di indignazione, ma non in questo.
Questo si inserisce in un quadro più ampio. In Italia permane una cultura politica in cui il rapporto tra cittadino e potere tende a essere più relazionale che impersonale. Più che un sistema fondato su regole astratte e neutrali, spesso lo Stato è percepito come un soggetto da cui ottenere protezione, risorse o vantaggi. In Italia è difficile applicare il modello dello "Stato di diritto" poiché prevale una concezione per la quale il cittadino cerca nella persona che detiene il potere una specie di "fratello forte". Tendenza che macroscopicamente è evidente nel Meridione ma - come scriveva Gianfranco Miglio (gigante che andrebbe studiato) - si evidenzia anche al Nord con declinazioni diverse. I politici infatti, concepiscono il potere come un patronato clientelare (tipico delle associazione a carattere mafioso). Secondo questa lettura, in Italia il potere viene frequentemente interpretato come una rete di relazioni e intermediazioni, più che come esercizio neutrale di funzioni.
Alla luce di quanto sopra, si possono capire alcune alcune resistenze: modelli istituzionali più lineari e responsabilizzanti riducono gli spazi di intermediazione e, quindi, anche la possibilità di un rapporto negoziale tra cittadino e potere. In Italia non si arriverà mai ad una elezione diretta del PdR o del PdC, perchè, in tal senso, i cittadini non potrebbero più negoziare clientelarmente il proprio voto. A ciò si aggiunge il tema del “mito” della Costituzione, spesso trattata come un riferimento intangibile più che come un assetto da valutare in termini di efficacia. Questo atteggiamento tende a bloccare qualsiasi riflessione critica sulla sua capacità di garantire governabilità, efficacia ed attuale.
In questo quadro, il risultato referendario appare coerente con una preferenza diffusa per la conservazione dello status quo.
Infine, il voto restituisce ancora una volta una frattura territoriale netta. I dati parlano chiaro: Campania 65%, Sicilia 61%, Puglia 57%, Calabria 57%. 4 regioni per le quali si potrebbe alludere anche alle 4 entità parastatali ivi presenti. A queste si aggiunge Roma Capitale (Si dovrebbe aprire un capitolo a parte sulla provenienza regionale dei dirigenti dello stato e dei magistrati ma, non finirei più).
Al contrario, il Nord-Est (soprattutto il Veneto umiliato dal plebiscito farsa del 1866) appare, come al solito, più propenso ad un cambiamento.
Bisognerebbe avere il coraggio di prendere atto di una disomogeneità strutturale: differenze economiche, sociali e di rapporto con le istituzioni producono inevitabilmente comportamenti elettorali divergenti. Ignorare questa realtà significa continuare a leggere il Paese come un blocco uniforme che, nei fatti, non è. Personalmente Continuerò ad essere un fermo sostenitore dell'artifcialità dello Stato Italiano. Un'espressione geografica, un costrutto che non presenta motivazioni storiche reali, ma solo artificiali. Non è un caso che il ventennio ha dovuto provare a fondare l'italianità nel mito di Roma.
Non credo che sia altrettanto un caso che dai propri nonni (veneti) si è sentito spesso raccontare che i genitori/nonni, rimpiangevano il regno austro ungarico (e non parliamo delle narrazioni sulla Serenissima, mille anni di storia cancellati dai libri, anche questa un'altra storia)
A margine, interessante notare che all’estero il Si abbia prevalso con il 56% di preferenze.
Visto che si è citata la VDL e l’UE, se non siamo andati a muso duro nel 2011, non lo faremo mai. In quel periodo eravamo stati definiti, da politoligi internazionali, come l’impotenza in grado di premere il bottone rosso e fare saltare tutto il banco. Ovviamente, se sei solo un’espressione geografica, il bottone non lo premerai mai.
Ultima modifica di terzappi il 24/03/2026, 14:59, modificato 1 volta in totale.
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Vincenzo2
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Re: Referendum
Quoto tutto alla lettera.terzappi ha scritto: ↑24/03/2026, 12:49 Evito di entrare nel della migrazione del voto. Mi limito al dato politico: l’esito referendario ha visto prevalere nettamente il “NO”.
Ho ascoltato diversi esponenti di quel fronte e, al di là di argomentazioni ricorrenti e spesso più retoriche che sostanziali, delle solite litanie e stronzate degne del peggior Travaglio e della peggiore sinistra non ho riscontrato una spiegazione tecnicamente convincente contro la separazione delle funzioni e delle carriere.
Una parte consistente del fronte del “NO” rivendica questo risultato come una difesa della Costituzione. In Italia esiste infatti una tendenza diffusa a considerare la Costituzione come un riferimento intangibile.
Se la si osserva in chiave strettamente tecnico-istituzionale, la Costituzione del 1948 è il prodotto di un compromesso politico tra culture profondamente diverse. Questo compromesso ha certamente garantito un impianto liberaldemocratico, ma ha anche incorporato dichiarazioni di principio che potevano apparire come porte per modelli collettivistici.
Il punto critico non è tanto il valore dei principi in sé - anche condivisibili - quanto la loro traduzione in architettura istituzionale. Un sistema costruito per bilanciare e contenere le diverse anime politiche tende, per sua natura, a moltiplicare i centri di veto e a rendere complesso il processo decisionale.
In questo senso, più che parlare di “difesa della Costituzione”, sarebbe forse più corretto interrogarsi sulla capacità dell’attuale assetto costituzionale di garantire governabilità ed efficacia dell’azione pubblica.
Sul piano del linguaggio pubblico, le vergognose immagini di ieri, dove la terzietà della magistratura (sono ironico) è stata ribadita con canti e slogan da stadio - e nel frattempo sono già iniziate le purghe verso i magistrati sostenitori del sì - in qualsiasi altro Paese avrebbero scatenato un putiferio e un'ondata di indignazione, ma non in questo.
Questo si inserisce in un quadro più ampio. In Italia permane una cultura politica in cui il rapporto tra cittadino e potere tende a essere più relazionale che impersonale. Più che un sistema fondato su regole astratte e neutrali, spesso lo Stato è percepito come un soggetto da cui ottenere protezione, risorse o vantaggi. In Italia è difficile applicare il modello dello "Stato di diritto" poiché prevale una concezione per la quale il cittadino cerca nella persona che detiene il potere una specie di "fratello forte". Tendenza che macroscopicamente è evidente nel Meridione ma - come scriveva Gianfranco Miglio (gigante che andrebbe studiato) - si evidenzia anche al Nord con declinazioni diverse. I politici infatti, concepiscono il potere come un patronato clientelare (tipico delle associazione a carattere mafioso). Secondo questa lettura, in Italia il potere viene frequentemente interpretato come una rete di relazioni e intermediazioni, più che come esercizio neutrale di funzioni.
Alla luce di quanto sopra, si possono capire alcune alcune resistenze: modelli istituzionali più lineari e responsabilizzanti riducono gli spazi di intermediazione e, quindi, anche la possibilità di un rapporto negoziale tra cittadino e potere. In Italia non si arriverà mai ad una elezione diretta del PdR o del PdC, perchè, in tal senso, i cittadini non potrebbero più negoziare clientelarmente il proprio voto. A ciò si aggiunge il tema del “mito” della Costituzione, spesso trattata come un riferimento intangibile più che come un assetto da valutare in termini di efficacia. Questo atteggiamento tende a bloccare qualsiasi riflessione critica sulla sua capacità di garantire governabilità, efficacia ed attuale.
In questo quadro, il risultato referendario appare coerente con una preferenza diffusa per la conservazione dello status quo.
Infine, il voto restituisce ancora una volta una frattura territoriale netta. I dati parlano chiaro: Campania 65%, Sicilia 61%, Puglia 57%, Calabria 57%. 4 regioni per le quali si potrebbe alludere anche alle 4 entità parastatali ivi presenti. A queste si aggiunge Roma Capitale (Si dovrebbe aprire un capitolo a parte sulla provenienza regionale dei dirigenti dello stato e dei magistrati ma, non finirei più).
Al contrario, il Nord-Est (soprattutto il Veneto umiliato dal plebiscito farsa del 1866) appare, come al solito, più propenso ad un cambiamento.
Bisognerebbe avere il coraggio di prendere atto di una disomogeneità strutturale: differenze economiche, sociali e di rapporto con le istituzioni producono inevitabilmente comportamenti elettorali divergenti. Ignorare questa realtà significa continuare a leggere il Paese come un blocco uniforme che, nei fatti, non è. Personalmente Continuerò ad essere un fermo sostenitore dell'artifcialità dello Stato Italiano. Un'espressione geografica, un costrutto che non presenta motivazioni storiche reali, ma solo artificiali. Non è un caso che il ventennio ha dovuto provare a fondare l'italianità nel mito di Roma.
Non credo che sia altrettanto un caso che dai propri nonni (veneti) si è sentito spesso raccontare che i genitori/nonni, rimpiangevano il regno austro ungarico (e non parliamo delle narrazioni sulla Serenissima, mille anni di storia cancellati dai libri, anche questa un'altra storia)
A margine, interessante notare che all’estero il Si abbia prevalso con il 56% di preferenze.
Visto che si è citata la VDL e l’UE, se non siamo andati a muso duro nel 2011, non lo faremo mai. In quel periodo eravamo stati definiti, da politoligi internazionali, come l’impotenza in grado di premere il bottone rosso e fare saltare tutto il banco. Ovviamente, se sei solo un’espressione geografica, il bottone non lo premerai mai.
Come ho scritto anche io sopra, le scenette che ci hanno regalato ieri le procure forse non sarebbero possibili in nessun altro paese del mondo.
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Rasheed
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Re: Referendum
Quoti alla lettera un post che certifica quello che ti dico da mesi: la Meloni al Sud non vince un collegio col centrosinistra unito
però adesso quoti...ma LOL
per il resto...interessantissimo come Meloni e i suoi non hanno capito un cazzo di 'sto voto e cominciano con robe che al proprio elettorato non spostano un cazzo
e che invece soddisfano quelli che non li votano comunque
se lo fanno apposta mi fanno tenerezza
però adesso quoti...ma LOL
per il resto...interessantissimo come Meloni e i suoi non hanno capito un cazzo di 'sto voto e cominciano con robe che al proprio elettorato non spostano un cazzo
e che invece soddisfano quelli che non li votano comunque
se lo fanno apposta mi fanno tenerezza
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Vincenzo2
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Re: Referendum
Tu continui a fare taglia e cuci delle cose che dico ed a mischiare le discussioni su regionali politiche e referendum.Rasheed ha scritto: ↑24/03/2026, 22:13 Quoti alla lettera un post che certifica quello che ti dico da mesi: la Meloni al Sud non vince un collegio col centrosinistra unito
però adesso quoti...ma LOL
per il resto...interessantissimo come Meloni e i suoi non hanno capito un cazzo di 'sto voto e cominciano con robe che al proprio elettorato non spostano un cazzo
e che invece soddisfano quelli che non li votano comunque
se lo fanno apposta mi fanno tenerezza
Che poi al massimo io sulla questione collegi ti ho detto "vediamo" che non vuol dire che vince, ma che certe sentenze sono frettolose, visto che da oggi a quando si vota può succedere di tutto...
Così come era diversa la discussione referendum, a meno che tu non immagini che alle prossime politiche il campo largo prenda il 65% in Campania Calabria Puglia e Sicilia
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Rasheed
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Re: Referendum
60% Puglia Campania e Sicilia sicuro
Del resto stessi numeri 2022
Del resto stessi numeri 2022
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Luciano Pagliarini
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- Domanda di controllo 2: denver
- Contatta:
Re: Referendum
Forse Sicilia margine più contenuto.
Puglia e soprattutto Campania vanno proprio per percentuali bulgare.
Puglia e soprattutto Campania vanno proprio per percentuali bulgare.
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Rasheed
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Re: Referendum
Ribadisco che miglior momento storico delle elezioni
Con CSX diviso
Melono stava al 45% alla Camera e sotto il 44% al Senato
Se non è 60% é 57%
Con CSX diviso
Melono stava al 45% alla Camera e sotto il 44% al Senato
Se non è 60% é 57%
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Rasheed
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Re: Referendum
Marina Berlusconi: "Speriamo in pareggione alle elezioni politiche."
Come riporta Huffington Post, Marina Berlusconi avrebbe pronunciato queste parole ad alcunidirigenti di Forza Italia:
"Mi parlate di rischio di pareggio, di non vittoria alle elezioni. Non ci vedrei alcun dramma. Viva il Pareggione!”
Dovevamo vota Si al Referendum
Grazie al Cielo ci sta tanta gente di Destra che è stata a casa o ha proprio votato No
Pijatevelanderculo
Come riporta Huffington Post, Marina Berlusconi avrebbe pronunciato queste parole ad alcunidirigenti di Forza Italia:
"Mi parlate di rischio di pareggio, di non vittoria alle elezioni. Non ci vedrei alcun dramma. Viva il Pareggione!”
Dovevamo vota Si al Referendum
Grazie al Cielo ci sta tanta gente di Destra che è stata a casa o ha proprio votato No
Pijatevelanderculo